COLLETTIVO GENERAZIONE DISAGIO – MANIFESTO

GENERAZIONE DISAGIO è un contenitore da cui partono molti progetti artistici. Si prefigge di essere aperto e sociale, popolare e inclusivo. Il minimo comune denominatore di GD è l'appartenenza a una generazione di mezzo, che non è rappresentata. GD è un nuovo collettivo, una identità allargata, una classe sociale nell'era dell'annullamento delle classi sociali. A partire da una condizione comune: l'avere fatto del disagio la nostra condizione abituale. GD vuole creare prodotti artistici e poetici che parlino della nostra generazione, dei nostri sogni, della nostra condizione e della nostra volontà e mira a prendere la parola con diversi progetti in più spazi diversi contemporaneamente : teatri, spazi urbani, stazioni delle metro, centri sociali. L'evento artistico non è il solo modo di agire del collettivo, che mira anche ad interrogarsi su questioni di politica sociale.

Uomini e donne, artisti in vari campi, con il sogno di un'Italia migliore. Ecco chi è GD. E' una voce che gratta l'orecchio di chi la sente e pone domande, problemi ma propone anche soluzioni. GD parla con la gente e porta la sua arte sui muri dei luoghi dove va. Entra nei bar, beve un bicchiere assieme al suo pubblico, racconta una storia e alla fine di uno spettacolo teatrale offre una fetta di torta a chi è venuto ad ascoltare una storia.

GD è una mamma che ci accetta tutti per quello che siamo, e cerca di far andare bene avanti la famiglia.

GD mira a togliere la barriera che divide l'arte dalla vita. È arte che parla della vita.



"Siamo una generazione precaria, mutevole e senza un'etichetta giusta.
Non siamo catalogabili.
Ci rappresentiamo perché non ci rappresentano.
Viviamo un mondo che non contempla ancora il nostro modo di vivere e la nuova società. Viviamo il disagio di essere una generazione di mezzo, non più figli ma non ancora padri.

Siamo gli eterni giovani, non più abbastanza giovani da godere degli sconti su trasporti, musei e cinema, ma ancora troppo giovani per essere presi sul serio. Non abbiamo più la paghetta ma non ci danno ancora lo stipendio. Siamo una generazione i cui amici d'infanzia vivono sparsi per l'Europa e per il mondo, alla ricerca di un posto che ci accetti. Siamo quelli che per votare dobbiamo tornare al luogo di nascita, alla residenza fiscale, da mamma e papà. Come nel medioevo torniamo al castello per il censimento, per esprimere con una x su un foglio di carta un parere del quale non importa a nessuno.

Vogliamo andarcene via, cercare la nostra America, ma a scuola non ci hanno insegnato l’inglese, e poi siamo affezionati all’italiano.

Siamo la generazione che vive in grandi città metropolitane con affitti alle stelle e speculazione edilizia sfrenata, contemporaneamente però nelle nostre città vediamo palazzine abbandonate, solitudine e mancanza di spazi di aggregazione. Siamo la generazione che risparmia sulla spesa per permettersi una birra il sabato sera.

Coabitiamo, conviviamo, ci spostiamo, siamo diversamente orientati sessualmente, usiamo il pc. I valori con cui ci hanno cresciuto però sono il matrimonio, il posto fisso e la stanzialità.

Conosciamo e rispettiamo i centri sociali, i luoghi occupati e autogestiti e i circoli arci: sono gli unici che ci possiamo permettere come prezzi.

Ci dispiace che vengano bollati come luoghi di aggregazione criminale e sediziosa. Spesso vengono chiusi e sgomberati e ci vediamo togliere l'unico luogo in cui potevamo fare sport a prezzi abbordabili, potevamo provare a parlare di politica e sognare spazi a misura d'uomo in una città dove non ci sono più piazze, panchine, e non ci sono più gabinetti pubblici e per pisciare devi per forza comprare un caffè, e allora pisci per strada.

Siamo quelli che non vedono via d'uscita, o se la vedono sono troppo lenti o pigri per imboccarla.

Così abbiamo deciso. Facciamo il salto.
Siamo qui per farla finita.
Accettare di vivere sarebbe accettare le condizioni.
Chiuderemo con questo mondo.
Non staremo alle condizioni e non ci consegneremo prigionieri.

Sull'orlo del burrone, prima di buttarci, senza più niente da perdere, abbiamo capito la libertà.

Abbiamo accettato il rischio della morte e ne abbiamo fatto il nostro punto di forza. Quando abbiamo accettato la morte, abbiamo scelto di vivere."

GENERAZIONE DISAGIO


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